Continua il viaggio di Marco Cubeddu tra i mestieri estivi per il Secolo XIX

La nuova avventura di Marco Cubeddu lo vede alle prese con le incombenze di educatore estivo…

Qual è la dote più importante per un educatore? «L’elasticità mentale. Io sono assolutamente contro l’omologazione dei bambini. Con uno per farti ascoltare devi urlare, e con uno devi essere dolce. Quando ti dicono che i bambini vanno trattati tutti alla stessa maniera non c’è nessun ragionamento educativo dietro, né ideologie di uguaglianza, ma solo un’estrema pigrizia mentale. E anche fisica. Visto che i bambini necessitano di uno sforzo fisico costante».

Selene Cervelli, 29 anni, fa l’educatrice in un centro estivo. Basta un giorno da apprendista per capire che l’educatore non è un lavoro che ti può capitare per caso. Presuppone uno sforzo fisico e mentale costante. Ci vuole la vocazione.

Si apre alle 08.00, fino alle 09.00/09.30 c’è l’entrata, e man mano che arrivano, i bambini scelgono se fare i compiti o giocare (personalmente, mai avuto dubbi): «Io aiuto quelli che decidono di fare i compiti, a meno che non ci sia qualcuno tra i più grandi che mostra il desiderio di aiutare qualche piccolo ed è in grado di farlo. Ma anche ai grandi non va imposto nulla, valgono quanto i piccoli, devono avere il massimo di libertà in tutto quello in cui possono essere lasciati liberi».

I concetti cardine su cui ruotano le convinzioni pedagogiche di Selene sono due: 1)le persone valgono più delle cose. 2)la libertà va saputa gestire.

Mi spiega che ai bambini bisogna dire tutto con molta sincerità. In una maniera in cui lo possano capire, ma tutto, anche come devono comportarsi, e perché.

Alle nove e mezza si parte. Facciamo merenda (ce l’hanno tutti dietro, io me ne sono scordato, ma pilucco da loro), e prendiamo l’autobus per andare al mare.

Durante il viaggio i bambini devono stare attenti e stare in fila, l’educatore è nervoso, è in ansia. Selene si porta dietro una cassa da cui diffonde la musica, in modo che i necessari ordini siano alleggeriti da canti e balli. Per me, stare su un autobus con venti bambini è l’inferno. Immagino anche per i bambini. Invece Selene mi dice che alcuni amano profondamente i treni e le metropolitane, chiedono a che ora passano, quanto ci mettono, con che frequenza, è come se la regolarità dei trasporti li rassicurasse».

Arriviamo in spiaggia, “momento incremamento”, gestione delle proteste («Ma io non la metto mai la crema!», «E invece al centro estivo la mettiamo tutti, anche io che sono grande»), “momento colluttazione” («No, no, bambini, me l’avete già messa, aiuto!», grida Selene mentre viene incremata e impanata di sabbia, («Inutile che mi baciate, adesso, ruffiani!»).

Poi, a seconda delle condizioni del mare, comincia una “giornata d’acqua” o una “giornata di terra” («Voglio fare il bagno!» «Amore, non dipende da me, dipende dal bagnino…»). A dire il vero, anche questa diventa in un certo senso una giornata d’acqua, vista la battaglia di gavettoni che, tra alleanze mutevoli e tradimenti improvvisi, si trasforma in un gioioso tutti contro tutti. E tutti contenti, o quasi. C’è l’anziano di turno che dice che con acqua e sabbia si sporca la passeggiata. E la ragazza che, avendo dovuto aspettare in fila a una fontanella, strilla che è una vergogna che l’acqua venga sprecata in questo modo. Selene, con un aplomb invidiabile, fa notare alla nevrotica signorina che i bimbi la stanno usando per i gavettoni e per sciacquarsi dalla sabbia, quindi tecnicamente non la stanno sprecando. A quanto pare è un classico. «Ieri mattina una signora per dei disegni coi gessetti sull’asfalto ha gridato ai bambini di “smettere di imbrattare per terra”».

Gli adulti invidiosi delle spensierate estati dei bambini sono decisamente brutti da guardare dall’esterno. Mi vergogno abbastanza di essere stato così tante volte un borbottone del genere.

Finalmente si pranza, poi si digerisce con quello che a quanto pare è il nuovo gioco/tormentone dell’estate, The floor is lava, il pavimento è lava. Quando qualcuno lo grida, in tre secondi bisogna trovare riparo dal pavimento “incandescente” salendo su una superficie sopraelevata. Mai perso così tanto in vita mia. Poi è il momento di ripulire tutto («Finché non buttate tutta la spazzatura, niente gelato»), fare merenda, riprendere il bus. L’interazione nel gruppo di Selene, che ora va dai 5 ai 12 anni (ma di solito dai 4 ai 14, perché anche voler separare i bambini per fasce d’età è solo pigrizia) favorisce il “desbelinamento” di ognuno. E agli occhi dell’apprendista educatore, condensate in una sola giornata, offre tutte le paturnie, le gelosie, le curiosità, i disagi, le passioni e le genialità di questi piccoli adulti. Il lavoro dell’educatore comporta l’aver a che fare con situazioni familiari serene e tragiche (più tragiche che serene, a dire il vero), ad assumersi molte responsabilità, ottenere scarsi guadagni materiali ed essere disposti a passare la giornata a discutere puntigliosamente su quale sia l’animale più bello («Il coniglio», «Il cane», «L’asinello», «Il gabbiano», «Io una volta ho visto un gabbiano che mangiava un piccione…»).

Salutati tutti i bambini, sono semplicemente distrutto, mentalmente e fisicamente: «Ho avuto paura morissero tutti di qualunque cosa, in ogni momento», dico a Selene, appoggiato al bancone di un bar (dopo una giornata così sfido chiunque a non aver bisogno di bere). «Tu perché hai scelto questo lavoro?»

«Stare tutto il giorno in mezzo ai bambini ti offre il privilegio di restare sempre un po’ bambino anche te e sei più contento».

«Non ti sembra un luogo comune?»

Per dimostrarmi che no, le bastano quattro parole: The. Floor. Is. Lava.

E, nonostante la stanchezza, eccomi saltare sul bancone entro i tre secondi previsti dal gioco dell’estate, sotto lo sguardo attonito di barista e avventori, felice come un bambino.